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- Argomento: Pini
Le due ballerine


Dopo diverse ipotesi e tentativi
Prima operazione : Pulizia degli aghi vecchi
Come primo lavoro, è stato necessario effettuare una bella pulizia degli aghi vecchi, operazione questa dalla duplice finalità: da una parte si facilita l'applicazione del filo, dall'altra serve a stimolare l’emissione di gemme arretrate. Il successivo step ha interessato i due tronchi (un po' troppo divergenti per l'idea che avevo in mente), ed in particolare l'eccessivo spazio tra loro. Con l’aiuto di un tirante, sono riuscito ad avvicinare i due tronchi, diminuendo la distanza tra essi.


Una volta sistemati i tronchi, ho focalizzato la mia attenzione sulla ramificazione. In primis ho piegato il primo ramo della pianta di sinistra, in modo da poter evidenziare correttamente il movimento del tronco altresì penalizzato.



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- Scritto da Mario Pavone
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- Argomento: Ginepri
La ragazza dei sette veli


Fra le mani l’informe cespuglio di ginepro alla ricerca della forma nascosta.
dal terreno e non meno importante il tipo di vegetazione che assomiglia in maniera incredibile a quella dell’itoigawa. La provenienza invece è italiana e si tratta di piante coltivate in piena terra per poi essere messe in vaso
Prima operazione: Pulizia della vegetazione
Forbici alla mano, si iniziano ad eliminare i rami che sicuramente non potremo utilizzare successivamente, eliminiamo anche molta vegetazione alle ascelle dei rami, quella più debole o addirittura secca.
Si passa alla corteccia eliminando le scaglie più grosse con un piccolo coltello facendole saltare per poi spazzolare l’intero tronco con spazzole d’ottone e plastica.
Oltre a rendere la corteccia di un bel colore marrone/rossiccio questa operazione aiuta ad individuare meglio la posizione e l’andamento dei fasci linfatici.
Piano piano la forma del tronco e dei rami principali diventano più leggibili permettendo una analisi della pianta più dettagliata.
La base presenta due curve molto pronunciata, una radice ormai secca esposta fuori dal terreno che ha provocato lo shari naturale visibile nella foto.
Salendo verso l’apice, dopo le prime due curve, troviamo un tratto diritto e cilindrico che interrompe il movimento della pianta ed al quale, in qualche modo, dovremo ovviare.
La vegetazione è abbondante e permette molte possibilità nel progettare il futuro bonsai.
Dopo aver girato e rigirato la pianta più volte, inclinata in tutte le angolazioni la decisione è presa:



Sotto la guida del nostro Maestro il progetto prende corpo: il ginepro ha una sua natura prettamente femminile che ricorda i movimenti sinuosi di una danzatrice del ventre, i futuri palchi dovranno “vestire” il tronco del ginepro, ma allo stesso tempo lasciar intravedere le curve ed i punti più interessanti dando, nell’insieme, una sensazione di leggerezza e la percezione del vento che passa attraverso e muove la vegetazione dei palchi. Il progetto è nato e addirittura autografato dal mitico Francesco Santini.




Agosto
Sono passati sei mesi dalla prima impostazione di questo ginepro e devo dire che si è comportato veramente bene crescendo rigoglioso moltiplicando la vegetazione mantenendo la sua conformazione a squame, segnale inequivocabile che ha superato lo stress delle precedenti lavorazioni in modo positivo.
Per tutto questo periodo la pianta è stata in posizione soleggiata, senza alcuna somministrazione di concime, ma solo acidi umici e tanta acqua.
La decisione di eseguire una seconda impostazione della Ragazza dai Sette Veli nel mese di agosto è stata dettata dalla volontà e dalla necessità di eseguire il rinvaso della pianta nella prossima stagione – marzo/aprile – per cui è stato deciso di anticipare la questa seconda impostazione per dare il tempo alla pianta di superare lo stress e recuperare energie prima di sottoporla al rinvaso.
Dopotutto in questa fase non andremo a eseguire pieghe drastiche od altre lavorazioni particolarmente invadenti sul ginepro, ma ci limiteremo ad eliminare il filo vecchio che ha iniziato ad incidere i rami per sostituirlo con quello nuovo e riposizionare la ramificazione.
Prima di questa operazione, naturalmente, ho eseguito una nuova pulizia della vegetazione, in particolare accorciando e sostituendo gli apici per permettere l’infoltimento della vegetazione.
Dopo due settimane di riposo in una posizione ombreggiata ma luminosa, la nostra Ragazza è stata rimessa nella sua posizione soleggiata e coccolata con acidi umici, nebulizzazione della chioma e tanta acqua.
A tutti noi volevo solo dire un'ultima cosa: a volte non servono piante "stratosferiche" e varietà "griffate" per passare una giornata gradevole, imparare tante cose e godersi una "creatura" che tutti giorni potrà allietare i nostri sensi.
Questo, in particolare, per chi come noi ha appena iniziato e molte volte si trova in imbarazzo davanti a certe essenze che hanno prezzi proibitivi e per la paura di sbagliare ci blocca le mani e soprattutto il cervello.
La Ragazza dei Sette Veli è stata acquistata in un vivaio locale ed è costata poco più di una pizza ed una birra. Con questo non voglio fare del moralismo, ma credo che a volte sia utile stare con i piedi per terra. Sicuramente non la vedrete mai ad una mostra UBI, ma io spero di continuarla a godermela ancora per tanti anni...


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- Scritto da Rossana Peritore
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- Argomento: Latifoglie
Kaki

Famiglia Ebenaceae - Genere Diospyros - Nome comune Cachi, Kaki
L'aura di dignità di questo bonsai è accresciuta dall'aspetto antico del suo tronco curvo e cavo; i rami aggraziatamente separati sono tipici di questa specie. L'apparire del frutto del cachi è segno di tardo autunno. Nei villaggi di montagna i vecchi alberi continueranno a vegliare sulla vita della gente sino alla fine dei tempi.
Albero deciduo, in Giappone il cachi viene coltivato per i suoi frutti.
Invecchiando, il tronco si tinge di sfumature marrone‐nerastre. Molti dei suoi rami sono divergenti, e le foglie alterne di forma ovale si animano d’autunno di un bel colore rosso.
Se come bonsai di piccole e medie dimensioni si usano anche il royagaki (Diospyros rhombifolia), il tokiwagaki (Diospyros Morrisiana) o il mamagaki dai piccoli frutti, nessuno ha l’eleganza del cachi di montagna (Diospyros kaki).
Sui frutti giallo‐rossi del cachi sembra sempre diffondersi la calda luce del tramonto. Il fascino di una tradizione millenaria circonda ancora ai nostri giorni gli alberi di cachi, i cui frutti, dal sapore delicato e particolare, solleticarono la fantasia dei popoli antichi, che individuarono in essi "il cibo degli dei".
Originario della Cina, dove viene indicato col nome di "Mela d’Oriente", il Caco viene largamente coltivato anche in Giappone e occupa un posto di primaria importanza nella dieta alimentare di quei popoli.

Esposizione
Il Caco si colloca in posizione ventilata e soleggiata. Poiché le foglie non si bruciano per la mancanza d’acqua, non è necessario mettere la rete ombreggiante, neanche in piena estate. Se si ha poco tempo per innaffiare, è meglio posizionarlo in modo che non sia esposto al sole pomeridiano. In inverno occorre evitare che il terriccio geli.
Annaffiatura
Per una produzione ottimale di frutti, il Diospyros predilige innaffiature regolari in primavera e in autunno , ma generose in estate. Anche se gli alberi di cachi tollerano bene la siccità , la qualità dei frutti risente della mancanza di un apporto regolare di acqua.
Potatura e formazione
Se l’obiettivo è la formazione dei rami, si pota da ottobre a febbraio dopo la caduta delle foglie, periodo che coincide con la quiescenza della pianta. Se invece l’obiettivo è la fruttificazione, una volta che i frutti interrompono la loro crescita (giugno), si potano i rami selezionando quelli che si intende lasciare. I rami del Caco sono abbastanza rigidi, ma rimangono morbidi fino a quando le vegetazioni non raggiungono i 15‐20 cm: il giusto procedimento è di fermare in quel momento le nuove vegetazioni con il filo (avvolgere con il filo ferma la crescita dei rami, se questi vengono curvati verso il basso); su torsioni e piegature più impegnative è opportuno l’utilizzo della rafia.
Rinvaso
Il periodo migliore per effettuare il rinvaso è la primavera, prima del risveglio vegetativo; si lava via il vecchio terriccio e si sostituisce con un substrato che garantisce un buon drenaggio. Poiché le radici crescono vigorosamente, si consiglia l’utilizzo di un vaso più profondo in modo da avere una maggiore umidità nel terreno. Si rinvasa ogni tre anni, ma una volta superata la fase di crescita, quando l’obiettivo sarà quello di ottenere una maggiore fruttificazione, si dovrà rinvasare ogni anno. Se si ha poco tempo per innaffiare, è meglio posizionarlo in modo che non sia esposto al sole pomeridiano. In inverno occorre evitare che il terriccio geli.


Concimazione
Somministrare concimi organici azotati in primavera e concimi ricchi di fosforo e potassio in autunno; se non si concima adeguatamente non si ottiene una buona fioritura. Diminuire la concimazione da prima della germogliazione fino a quando maturano i frutti.
Malattie
Il Diospyros è abbastanza resistente all’attacco dei parassiti anche se è importante trattare periodicamente con insetticidi; se la comparsa di cocciniglia è associata alla presenza delle formiche, queste regolano la loro proliferazione. Un eccesso di acqua a volte può provocare marciumi radicali la cui conseguenza è perdita di fiori e frutti giovani. fino a quando le vegetazioni non raggiungono i 15‐20 cm: il giusto procedimento è di fermare in quel momento le nuove vegetazioni con il filo (avvolgere con il filo ferma la crescita dei rami, se questi vengono curvati verso il basso); su torsioni e piegature più impegnative è opportuno l’utilizzo della rafia.
Varietà di Kaki
Diospyrus Lotus
Il termine Diospiro deriva dal greco 'dios' = divino e 'pyros' = grano, frumento e per estensione 'frutto' cioè 'frutto divino' in riferimento alle proprietà organolettiche dei frutti eduli. La pianta originaria dell'Asia, è stata introdotta in Europa nel 1596; già alla fine del 18° secolo era regolarmente coltivata nel sud dell'Europa. Essendo più resistente al freddo del D. kaki viene impiegato come porta‐innesto; è una pianta frugale, slanciata, raggiunge i 15‐18 metri a maturità: nel nostro clima si sviluppa bene, anche in terreni calcarei e asciutti (in collina può essere un’ottima ed originale scelta, una possibile alternativa di colore). La specie è conosciuta sotto diverse denominazioni, tra le quali "legno di Sant'Andrea" e "legno santo" perché una leggenda sosteneva che Sant'Andrea fosse stato crocifisso su quest'albero. Ha foglie caduche, semplici a lamina ovoidale lanceolata, margine intero. La specie è pianta a fiori unisessuali e, raramente, anche poligami: per questo la pianta si può presentare con soli fiori a funzione femminile o con soli altri a funzione maschile; può anche avere solo fiori ermafroditi o addirittura riunire con combinazioni diverse le varie caratteristiche. I frutti, dunque, possono derivare da fecondazione o dal principio di partenocarpia: nel primo caso hanno una polpa più dolce e più soda e un colore bruno. In alcune varietà i frutti, se partenocarpici, sono (usando una classificazione utilizzata dai giapponesi per contrapporli a quelli dolci) astringenti.
Per la coltivazione bonsai vengono utilizzati Cachi selvatici, assai diffusi nei boschi dell'Italia settentrionale e centrale, che producono frutti astringenti, ma staccati dal ramo. Assai semplice da preparare e da seguire nel processo di crescita e formazione, questo alberello è consigliabile ai principianti e offre immediate soddisfazioni anche ai bonsaisti meno pazienti. Fruttifica infatti entro un anno o due dall'inserimento nell'apposito contenitore e quindi acquista immediatamente un aspetto gradevole, anche se, naturalmente, solo le cure e le modifiche che verranno apportate nel corso di anni, sapranno conferirgli il carattere di un artistico ed armonioso bonsai.

Diospyros kaki
È stato sviluppato dalla specie selvatica D. roburghii. Spesso è innestato su portainnesti del più resistente e tollerante D. lotus. L'albero può raggiungere altezze fino a 12‐18 m (40‐60 ft); le foglie sono alterne . La specie è generalmente monoica con fiori maschili e femminili presenti su piante separate . I fiori maschili, che sono generalmente in gruppi di 3, hanno 16‐24 stami, mentre i fiori femminili solitari hanno 8 pseudostami (stami sterili, assenti le antere e polline).
Curiosità
Nel 1983, il presidente Ronald Reagan ha avuto in dono da Hassan II, re del Marocco, un bonsai di Diospyros kaki proveniente dalla sua personale collezione. Il bonsai è stato collocato nel National Bonsai and Penjin Museum.

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- Scritto da Umberto Scognamiglio
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- Argomento: Stili
Bunjin



Rifiutare il superfluo


La natura e le qualità del bonsai bunjin possiamo così tratteggiarle: -
l'apprezzamento del paesaggio;
- il cielo in un vaso;
- il senso di un'opera pittorica, un sogno, una sintesi, il sentimento di una poesia; eleganza, quiete, vetustà, modestia, mistero, la creazione di una forma che non ha bisogno di giustificazione..., di cornice... che testimonia la vita nonostante tutto...
Basta.... il NULLA (mu, non voler dire unicamente nulla, ma significa anche la libertà totale che si consegue distaccandosi da qualsiasi forma e materia) che circonda l'albero...
Il bunjin‐gi deve trovare spazio nel vuoto, ma non colmarlo, nel vuoto ciascuno può manifestare cosa ha nell’ animo. Tuttavia non sempre tutti questi elementi sono riconoscibili nei bonsai bunjin. Per avvicinarsi a questo stile sarebbe vantaggioso studiare i Kanji (scrittura cinese o giapponese, Shodo).
Bunjin è un albero che, nonostante il tronco sottile, ha sopportato innumerevoli tempeste di neve; il continuo accanimento della natura ha ridotto il numero dei suoi rami e l'albero mostra la sua forza nella forma che gli consente di sopravvivere alle avversità della natura.
Avrà una forma raffinata ed eterea ma colma dei rigori della natura implicita in essa. Quest’aspetto ha in sé qualcosa d’impenetrabile, una bellezza unica, rappresenta lo stato di una profonda comprensione dei principi di wabi (semplice, calmo, quieto, solitario, ecc.) e sabi (maturo, vecchio, sereno, mite, ecc.) In origine tutti i bonsai bunjin erano creati rispettando i principi di wabi e sabi. Per creare un albero bunjin è essenziale riprodurre sui suoi rami quelle linee forti e marcate, nelle quali la natura è maestra.
Anche se non esistono norme precise, i bunjin‐gi dovrebbero avere una forma che richiami alberi che crescono in valli profonde, con crescita allungata in cerca della luce del sole, condizionati da altri alberi vicini.

Prima impostazione e potatura di una conifera in stile Bunjin
La foto 1 mostra il materiale di partenza scelto per creare un bunjin che esprima una condizione estrema: un Pinus silvestris alto circa 70 cm, che non presenta ancora una maturità di coltivazione (mochi‐komi). Come albero bunjin mostra intensamente, attraverso il tronco, la severità della natura che ne ha forgiata la forma. Non si può dire che sia molto elegante. Al momento la parte superiore presenta una crescita libera e vigorosa e i rami sono riuniti formando una chioma disordinata. Non c'è armonia con il tronco che, invece, esprime la severità della natura. Si tratta essenzialmente di eliminare i rami superflui ed avvolgere gli altri, correggendone la posizione. La difficoltà sta nel decidere, prima di tutto, il fronte dell'albero, poi i rami da togliere, quelli da mantenere e come correggerne la posizione. In altre parole occorre disegnare con precisione nella mente una forma chiara da realizzare. Il primo passo è di esaminare attentamente l'angolo d’inclinazione e decidere il fronte dell'albero.
Osservazione
Come si può valorizzare la torsione del tronco alla base delle radici? Valutando tutti i pregi e i difetti, progressivamente si determina il punto di visuale migliore: il fronte dell'albero. Viene eliminato il ramo lungo sul lato destro dell'apice, lasciando un moncone poi rifinito come jin. Dopo sono stati eliminati i rami nella parte apicale, lasciando soltanto pochi rami. Questo perché il movimento del tronco è perfetto per evocare una condizione ambientale sfavorevole alla crescita (foto 2, lato posteriore).


La forma
La forma bunjin ha un fascino ed un valore del tutto peculiare, dovuti all'intensa suggestione di maturità che esprime. Normalmente presenta un ramo marcatamente discendente, che dà carattere all'esemplare. I pregi particolarmente ammirati della forma bunjin sono la maturità di coltivazione (mochi‐komi), che dovrà acquisire negli anni, le curve delicate ed eleganti del tronco e l'atmosfera suggerita dalla ramificazione. Il ramo discendente sul lato destro è fondamentale per dare carattere all'esemplare. Per questo motivo, dal fronte, si deve vedere chiaramente la sua posizione ed il suo movimento. Nel Pinus, i rami apicali dovranno essere alleggeriti nei prossimi interventi. Si osservi la foto che mostra l'esemplare al termine della modellatura: l'apice è una cupola di vegetazione formata da tanti rametti come avviene negli alberi vecchi e maturi, che hanno perso la spinta di crescita verso l’alto e raggiunta stabilità ed equilibrio di crescita. Avvicinare i rami al tronco e il disegno sarà valorizzato da ramificazioni corte e molto vicine al tronco.
Il progetto
Si tratta di rami che in giapponese sono chiamati kuytsuki‐eda, cioè rami che mordono il tronco, “bocconcino” e rappresentano una peculiarità della forma bunjin. Come quelli chiamati hashirieda cioè rami lunghi. Alleggerire il disegno è più facile a dirsi che a farsi. Normalmente non basta un unico intervento: occorre accorciare i rami gradualmente fino ad ottenere nuovi germogli in prossimità della base, che consentano il mantenimento di rami corti e compatti. Questo procedimento richiede meno tempo nel caso dell'apice, poiché è la zona dell'albero che cresce e si sviluppa con maggior vigore, mentre è più difficile da applicare sui rami marcatamente discendenti della zona inferiore, meno vigorosa. Dopo questi interventi rilevanti non ci saranno altre potature della stessa portata, ma il lavoro sostanziale consisterà nel rendere folti i palchi, nella rifinitura e nel mantenimento del disegno raggiunto. Il ramo dominante discendente è avvicinato al tronco per accentuarne l'angolo acuto alla base, segno di maturità e dell'ambiente severo tipico dell'alta montagna. Dopo l'intervento si può osservare un maggiore equilibrio tra le masse di vegetazione; il nuovo aspetto valorizza il movimento del tronco, mentre ogni ramo risulta più essenziale ed importante nel suo ruolo. Nel complesso il pino appare particolarmente vecchio, maturo ed evocativo del suo paesaggio tipico.

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- Scritto da Antonio Acampora
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Questo metodo richiede molta pazienza e meticolosità, ma permette di ottenere bonsai particolarmente apprezzati
Una cosa da chiarire è che non esistono sementi speciali tratte da alberi nani adatti alla formazione di bonsai, ma praticamente tutti i bonsai possono essere ottenuti per seme


Germinazione avvenuta

Seme di pino nero




TRAPIANTO DEL SEMENZALE
In primavera al momento dell'estrazione del semenzale, quando il fusticino si è irrobustito, noterete che ha sviluppato lunghe radici, potate le radici allungate per favorire un maggior numero di radici sottili alla base dello stelo. Trapiantate ciascuna pianticella (semenzale) in un vasetto da coltura, che gradatamente sarà esposto al sole. In questo contenitore utilizzerete un substrato con forte drenaggio, e allargherete a raggiera le radici per favorire un sistema radicale radiale. Durante questo periodo andrà spesso controllato il terreno per evitare l'insorgere di marciumi, possibili soprattutto in condizioni di caldo umido e presenza di piante troppo ravvicinate. per precauzione distribuire settimanalmente del fungicida con l'acqua di irrigazione.
CRESCITA
Dopo il primo anno la piantina dovrà crescere per numerosi anni senza restrizioni, in modo che il tronco possa ispessirsi assieme all'apparato radicale. Nella piantina di quattro anni il tronco apparirà ancora sottile ma gli intervalli internodali saranno molto ravvicinati. A questo punto per irrobustire il tronco si procederà al trapianto, in piena terra oppure in vaso di dimensioni generose.
Trascorsi altri anni, e con opportuni programmi di concimazione e potatura, la pianta avrà sviluppato la ramificazione richiesta e un tronco robusto. I ricacci verticali verranno accorciati ogni primavera per infittire la chioma.

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- Scritto da Acampora-Lepore
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- Argomento: Stili
Con il termine bonkei (paesaggio in vassoio) s’indica l’arte di comporre un paesaggio in miniatura.



Lo zen che dava molta importanza alla meditazione, consentiva all’osservatore di trovare in questi paesaggi in miniatura una carica emotiva di sensazioni interne che lo esaltava portandolo, a visioni paradisiache e a immaginare di trovarsi all’interno di queste miniature vegetali. Fu in questi anni che si sviluppò maggiormente insieme con altre forme d’arte, come la musica, la pittura, la calligrafia, il tiro con l’arco, e raggiunse il massimo della perfezione, in seguito si ebbe un calo d’interesse verso il bonkei, perché i nobili si interessarono maggiormente ad altre forme d’arte come il bonsai, la scrittura, la danza, o alle arti marziali e il bonkei venne un attimo abbandonato, fino ad arrivare alla meta del 19° secolo dove quest’arte rifiorì, diffondendosi assieme al bonsai anche nei paesi occidentali.
Con enorme dispiacere devo dire che da noi questo stile è utilizzato da pochi appassionati e, in alcune scuole dove s’insegna bonsai, non è neanche trattato: probabilmente perché il bonkei non fa tendenza. Chi di noi, durante una gita o un soggiorno in qualche località di villeggiatura, non si è imbattuto in uno scorcio particolarmente bello per le sue forme o colori e avendo magari la fotocamera non si è soffermato volentieri a scattare qualche foto? Ed ecco che il bonsaista vorrebbe poter ricreare gli stessi elementi scenici, per poter godere in qualsiasi momento dell’anno i diversi aspetti di uno scorcio naturale da annoverare nella sua collezione. Un requisito di base per ottenere bonkei di grande effetto, oltre a quelli noti necessari per fare bonsai, è avere l’occhio allenato e sensibilizzato a rilevare le bellezze della natura, a osservarla in tutti i suoi aspetti nell’arco delle quattro stagioni, riuscire a individuare anche in lontananza la forma tipica delle varie essenze, in particolare capire la prospettiva, il senso di profondità e della proporzione, come se fossimo pittori che vogliono rappresentare il tutto in un quadro. Il progetto in se stesso come potete capire è abbastanza avvincente e complesso, tuttavia con un po’ d’abilità appresa nel praticare l’arte del bonsai, una certa passione, e molta pazienza e perseveranza, si potrà realizzare la miniatura di un paesaggio in vaso.


MATERIALE NECESSARIO
La prima cosa da fare sarà di trovare una roccia o pietra avente una forma adatta, in genere si preferisce una forma “a montagna”, questa deve presentare delle fessure o delle nicchie per ospitare le pianticelle, se queste dovessero mancare o essere troppo piccole, si dovrà intervenire meccanicamente, per primo con martello e scalpello e se necessario in un secondo tempo con un trapano avente montato sul mandrino una mola abrasiva. Personalmente uso mole di carburo di silicio (un minerale abrasivo molto aggressivo), in questo modo si potranno allargare le piccole fessure con discreta facilità, le quali potranno ospitare con più agio l’apparato radicale delle piccole piante. In queste fessure si fisserà del filo metallico con dei piombini (ottimi quelli da pesca) necessario in seguito ad ancorare gli alberelli. E' necessario che le essenze arboree posseggano un apparato radicale contenuto e quindi in precedenza preparato prima di essere utilizzate.


L’ IMPORTANZA DEL TERRENO E DELLE RADICI
Le radici non dovranno essere fittonanti e suddividersi notevolmente per riuscire a penetrare in tutti gli interstizi della roccia e aderire in seguito ad essa. Tutte le conifere e le latifoglie oltre alle piante arbustive potranno essere utilizzate senza difficoltà, cercando di scartare quelle a foglia grande, un’attenzione particolare si avrà per le essenze acidofile (tipo azalee, eriche, piccoli rododendri ecc.) che dovranno essere collocate su una roccia non basica né calcarea, avendo cura , avendo cura di usare un terriccio idoneo. Nella realizzazione di bonkei una cosa importante e fondamentale sarà la preparazione del terreno, perché è questo che dovrà aderire agli anfratti rocciosi e avere una consistenza tale da poter essere malleabile con buon potere adesivo, non friabile ma allo stesso tempo drenante. Sappiamo tutti che dal Giappone è importato un terriccio ottimo a questo scopo, ma non me ne vogliano i commercianti, personalmente ho messo a punto un’ottima miscela molto funzionale e che da anni sperimento con successo. Il tutto è costituito da 30% d’argilla naturale, 30% di sfagno (muschio molto alto) sminuzzato grossolanamente, 30% di terriccio universale (terreno acidofile per le piante che lo richiedono) e 10% di sabbia di fiume o di cava. In un contenitore di plastica si miscela il tutto con acqua fino a ottenere un impasto omogeneo e sufficientemente malleabile, che io chiamo “MUSCARGITE” dall’abbreviazione di: muschio, argilla, terra (musc-argi-te). Una volta ottenuto quest’impasto, con una spatola a punta conica arrotondata si spingerà quanto basta di questo terreno all’interno dei fori e delle nicchie, lasciando lo spazio necessario a ospitare l’apparato radicale dei futuri ospiti. Subito dopo si comincerà a disporre le pianticelle nei punti in precedenza stabiliti e si legheranno con il filo metallico per ancorarli alla roccia, si copriranno le radici con altra “muscargite” premendo bene con le dita per riempire i vuoti e farla aderire alle radici e alla pietra. L’impasto di terriccio potrebbe indurire essiccando, ma grazie ai filamenti del muschio (sfagno) disposti nel substrato che, come un intreccio, impediranno il fenomeno e permetteranno all’ossigeno e soprattutto all’acqua e ai fertilizzanti di penetrare senza difficoltà. In questo modo le radici non soffriranno d’asfissia e si svilupperanno lungo le fibre dello sfagno e riceveranno dal terriccio la giusta dose di sali nutritivi necessari per una buona crescita. L’impasto della “muscargite” può debordare in alcuni punti della roccia, formando rigonfiamenti che renderanno molto naturali le troppo piccole cenge sulle quali s’impiantano gli alberelli. Non sarà necessario imbrigliare il terreno che deborda, con nessun accorgimento. E' buona cosa ricoprire la “muscargite”con muschio basso e vellutato, che renderà il tutto esteticamente e più verosimilmente naturale.








LE PRIME CURE NECESSARIE
Per i primi due tre mesi dalla strutturazione il bonkei sarà innaffiato con un leggerissimo getto di acqua assolutamente tutti i giorni, se necessario anche due volte e, per permettere un buon attecchimento si riparerà dal sole diretto nebulizzando sovente, in seguito si potrà esporre al sole per qualche ra. Ricordatevi che alcuni tipi di bonkei sono generalmente posti in vassoi senza fori pertanto l’acqua che si fermerà sul fondo considerata preziosa, sarà assorbita dalla roccia salendo per osmosi mantenendo una salutare e discreta umidità. All’inizio del terzo mese si potrà cominciare blandamente con del concime liquido disciolto nell’acqua dell’annaffiatura, per tutto il resto trattatelo alla pari degli altri bonsai.


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- Scritto da Gian Luigi Enny
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L'amico Fabio del Bonsai Club di Novara mi lancia una nuova sfida affidandomi un silvestre molto importante della sua collezione


1. Il pino allo start delle operazioni di pulizia
Si presenta con la cassa di coltivazione completamente marcia e con la vegetazione ormai molto disordinata. Dopo aver tenuto la pianta nel mio vivaio per qualche settimana, per farla acclimatare al nuovo ecosistema, decidiamo che è arrivato il momento di procedere... si inizia con una dettagliata e minuziosa pulizia degli aghi in eccesso per ridare ordine ai ciuffi apicali che andranno filati e portati a riempire i palchi della pianta.
Abituato a lavorare i pini d'aleppo che sono di una difficoltà estrema a causa di aghi solitamente molto lunghi e meno compatti, mi rendo conto subito che per creare una densità degna per supportare un cosi bel tronco non sarà tanto difficile, e che anzi bisognerà eliminare qualche ramo in più per ridare armonia a questo meraviglioso e vecchio esemplare.









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- Scritto da Antonio Conte
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Prima della seconda guerra mondiale gli alberi allo stato naturale
necessari alla coltivazione del bonsai venivano in gran numero importati all'interno del paese dall'isola di Kunashir, nel gruppo delle isole Curili.
Da subito l'Ezo-matsu, autentica meraviglia della natura, generò una notevole richiesta in Giappone. Che il suo aspetto solenne lasciasse attoniti uomini e donne del tempo non è affatto sorprendente: ancora oggi quest'albero fa parlare di sé.
A colpire è soprattutto la sua forma maestosa e mutevole.

Al genere Picea appartengono almeno 35 specie diverse. In generale, hanno portamento conico o piramidale. La corteccia è squamosa e gli aghi sono abbastanza piccoli e di colore verde intenso; caratteristiche che rendono queste piante adatte a diventare bonsai anche di notevole pregio.
PICEA ABIES ( ABETE ROSSO ) ‐ Questa specie è molto resistente al freddo, infatti si trova in alta montagna. Possiede aghi di medie dimensioni di colore verde chiaro. La corteccia è rossastra e marrone.
PICEA GLEHNII (PECCIO DI GLEHN, GIAPPONE SETTENTRIONALE, SAKHALIN ) ‐ Questa è un'altra specie molto utilizzata come bonsai soprattutto in Giappone. La si conosce comunemente anche come Ezo, Edo e abete bianco. La corteccia, anche in queste piante va dal rossiccio al marrone, ma gli aghi sono particolari in quanto tendono al blu.
PICEA JEZOENSIS (PECCIO DI J EZO, ASIA NORDORIENTALE, KAMCHATKA, FINO AL GIAPPONE) ‐ Meno resistente di altre specie, questa picea, molto popolare in Giappone, è molto bella e si trova sotto nomi diversi come: Jezo, Hondo,Yeddo. Predilige una condizione di semi‐ombra; gli aghi sono piccoli e di colore verde scuro con un lato bianco. I giovani germogli sono di colore marrone.
PICEA ORIENTALIS (PECCIO ORIENTALE)‐ Possiede aghi estremamente piccoli e di un verde intenso; la corteccia è di un colore grigio chiaro. Non molto resistente, questa specie preferisce condizioni crescita caldo‐umide.
PICEA KOYAMAI (PECCIO DI KOYAMA) ‐ Gli aghi di questo albero di abete rosso nativo del Giappone, raramente raggiungono il mezzo centimetro. È la specie di abete più rara da trovare in Giappone. Cresce in montagna a gruppi di 10 ‐ 20 alberi ed è raro trovarli al di fuori del Giappone. Gli aghi sono di colore verde chiaro; predilige un terreno umido e ricco di torba. Le picee di solito preferiscono condizioni di pieno sole ad eccezione di alcune sottospecie. Durante l'estate, con il caldo intenso gli aghi tendono verso il marrone chiaro; a questa condizione si può ovviare riparando le piante all’ombra.

Irrigazione
Poiché queste piante prediligono terreni costantemente umidi, la corretta irrigazione diventa una pratica essenziale per il loro mantenimento. Ridurre le irrigazioni in inverno, ma non permettere mai che il terreno si asciughi completamente; nebulizzare con cadenza giornaliera in primavera e in autunno, e anche durante il rinvaso assicurarsi che il pane radicale non sia mai asciutto.
Concimazione
Tecniche



Rinvaso
Propagazione

Una curiosità
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- Scritto da Umberto Scognamiglio
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- Argomento: Pini
Un pino silvestre di provenienza francese
Raccolto durante la primavera del 2009.
Le particolari condizioni in cui vivono questi Silvestri in natura li rendono unici e molto particolari con caratteristiche molto diverse dai loro fratelli Italiani.

Qui di seguito voglio presentarvi il mio iter di lavoro e coltivazione per arrivare al primo step sulle conifere Yamadori. In generale preferisco alberi compatti e dalle caratteristiche maschili e quindi tendo a creare piante di questo tipo quando il tronco mi dà la possibilità.
Lavorare nella coltivazione e tempistiche degli interventi a favore di questo per poter evitare antiestetici giri di rami di ricompattamento.
La preparazione
Ci sono voluti tre anni di preparazione prima di poter arrivare al primo step di questo pino silvestre.

Nei primi due anni di coltivazione la pianta è stata preparata attraverso potature e concimazioni con lo scopo di fare indietreggiare la chioma e preparare la pianta al primo rinvaso in vaso bonsai da coltivazione.
Per fare indietreggiare la chioma e stimolare le gemme dormienti accorcio la vegetazione quando le nuove cacciate dell'anno maturano, mantenendo però sempre della vegetazione lungo il ramo scelto.
In questo modo quando a sua volta si svilupperanno le nuove gemme nell'anno successivo taglio i rami mantenuti l'anno prima come tira linfa e cosi via fino ad ottenere i rami di dimensioni e vegetazione adeguata per il primo step. Inoltre in contemporanea seleziono i rami che hanno tre biforcazioni eliminando quella centrale.
In agosto procedo sempre a togliere gli aghi vecchi mantenendo quelli dell'anno e a seconda del vigore anche quelli dell'anno precedente e avendo concimato abbondantemente per tutta la primavera con Agroprodigy abbinato a dei buoni fogliari si svilupperanno numerose gemme dormienti in Settembre.
A seconda dell'esemplare scelto da lavorare e alla lunghezza dei rami saranno necessari tempi e modalita di azione diverse ma il risultato della preparazione aiuterà molto nella fase del primo step di lavorazione.
Nella primavera del 2011 dopo aver verificato la vigoria dell' esemplare procedo con il primo rinvaso del Pino Silvestre in un vaso bonsai da coltivazione. Questo Pino Silvestre è stato rinvasato in un composto di Perlite 30%, Pomice 50% e Akadama 20% eliminando quanta più possibile terra originaria del posto (Creta) senza lavare le radici.
L'apparato radicale formato grazie alla Perlite durante i primi due anni è stato avvolto all'interno del vaso bonsai non tagliando nulla. Dato che si tratta di un primo rinvaso e il pane radicale non è ancora formato e maturo ho preferito aggiungere Perlite nelle zone adiacenti alle radici per stimolare l'attivita radicale. A seguito del primo rinvaso la pianta vegetò in modo vigoroso e in maniere uniforme, segno che avevo fatto un buon lavoro.
A seconda dell'apparato radicale che mi trovo a lavorare uso compost diversi per i Silvestri: o solo pomice o Pomice e Akadama o con l'aggiunta di perlite. Se devo invece usare vasi piccoli solo Akadama.
Dipende sempre dalla pianta e dalla sua zona d'origine. Non ho una regola fissa ma seguo una linea generale con una serie di indicazioni a seconda dell'albero che devo preparare.

Il primo step



Il primo step del Pino Silvestre ha interessato la realizzazione di alcune pieghe per sistemare la vegetazione e predisporre i palchi per gli sviluppi futuri. Usando rafia e agglomerante si prevengono eventuali rotture dei rami da piegare e si riesce a posizionare la chioma nei punti voluti fin da subito aiutandosi con dei tiranti posizionati nei punti di piega. Quando realizzo il primo step non cerco la completa rifinitura perchè preferisco sempre non lavorare troppo nel dettaglio andando a mantenere qualche ago in piu per mantenere alto il vigore della pianta in questione.
Questo silvestre e un Dai‐Bonsai, misura circa 80 di lunghezza dal nebari al primo ramo. Presenta delle caratteristiche che in foto non si vedono come il movimento non in asse (anche verso il retro e verso il fronte).
Per me il punto focale di questa pianta é il tronco particolare e l'ho voluto incorniciare andando a chiudere la linea del tronco con la chioma nascondendo dove è l'apice un rigonfiamento del tronco dovuto ad uno shari. Il primo ramo compatto come il suo ramo subito sul retro aiutano l'occhio a chiudere questo vortice del tronco compattando ancora di piu la linea del Silvestre. Se avessi allungato il primo ramo l'occhio dell'osservatore scapperebbe fuori andando ad annullare l'effetto del tronco. Inoltre creerebbe una chioma troppo sproporzionata al tronco.
Saranno necessari alcuni anni di lavoro prima di poter pensare ad una possibile esposizione, sicuramente la chioma subirà qualche variazione in base alla maturità e il vaso verrà cambiato ma il bello del bonsai è proprio quello.




Con queste poche righe ho voluto presentarvi il mio pensiero e iter di lavoro.
Nei pochi anni che mi dedico al Bonsai ho imparato che la preparazione e la coltivazione sono fondamentali per permettere di realizzare un buon lavoro sui nostri esemplari.
La fretta non è mai una buona amica... alla prossima!

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- Scritto da Andrea Trevisan
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